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RINGRAZIO DIO


Anteprima dell'Intervista a Kenny Moreno Pino  realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale completo degli scatti realizzati da Stefano Torreggiani, su Pallavolo Supervolley di febbraio
 
A18 anni Kenny Moreno Pino voleva smettere con il volley. Non che non le piacesse o che la vita della palestra le stessa annoiando, semplicemente era arrivata ad un crocevia. Continuare a giocare o impegnarsi nello studio? In Colombia non è così
facile fare gli sportivi di professione, non ci sono sponsor, nè federazioni abbastanza forti da supportare il professionismo. I tanti talenti, dotati di
grandi potenzialità fisiche, si disperdono. «La maggior parte delle mie compagne hanno iniziato a frequentare l’università, dedicandosi nel tempo libero al beach volley. Per me questa non era una soluzione giusta, era a metà. Volevo e dovevo compiere una scelta precisa. E volevo fare qualcosa per il mio futuro. La facoltà scelta era odontoiatria, il sogno la specializzazione in odontoiatria estetica. Più passava il tempo e più ero convinta che quella fosse la mia strada, fin quando ad un torneo con la Seleccion le mie qualità di giocatrice non passano inosservate. E’ una squadra brasiliana la prima a proporsi. E’ stata un’emozione grandissima, un interesse che ovviamente mi gratificava però una tentazione simile proprio non ci voleva». Ce la immaginiamo, Kenny, di fronte ad un bivio, al centro un palo con i cartelli. Due le frecce che indicano gli antipodi. Una, porta alla certezza di un lavoro qualificato e odora di razionalità. L’altra con l’oculatezza ed il senno non ha niente a che fare, è pura passione e si chiama pallavolo. In quei casi basta un «piccolo» strattone, come un’offerta di giocare in una realtà diversa, dalla tua per spostare totalmente ed anche irrimediabilmente l’ago della bilancia.
«Ho scelto la pallavolo, cinque anni dopo che la pallavolo aveva scelto me. E’ stato un obbligo andare in palestra. Mia sorella più grande aveva iniziato a giocare in un paese a 50 minuti di autobus dal nostro, la sera tornava verso le 21.30 ed a mia madre non piaceva il fatto che facesse questi viaggi da sola. Ha deciso di farmi andare con lei e mentre si allenava, io studiavo, facevo i compiti. Dopo un mese di questa vita morivo di noia. C’era un peruviano che allenava ed un giorno mi ha proposto di portare scarpe e pantaloncini e di iniziare a giocare per dare loro una mano. Il giorno dopo oltre ai libri c’erano anche le scarpe da ginnastica. La pallavolo è stata una scoperta. In passato avevo praticato l’atletica con buoni risultati, ma in quella sfida con me stessa io non trovavo soddisfazione. Non sentivo la gara. Competere con me stessa non mi dava niente. Era chiaro che avevo bisogno di uno sport di squadra ma prima della pallavolo ho provato il basket. La squadra c’era ed anche la gara riusciva a creare qualche emozione. Il basket, però, è fatto di contatto fisico. Troppo per i miei gusti, da ragazzina ero veramente magra e tornavo a casa piena di lividi e croste sanguinanti.» Nessun contatto, gioco di squadra, competizione versus gli altri, esattamente l’identikit della pallavolo. «Nella pallavolo puoi scatenare la tua grinta ed aggredire l’avversario, ma senza contatto fisico e questo mi piace molto. Io non sono una giocatrice che mangia le avversarie. Chi gioca in uno sport di squadra vive di due competizioni: la prima è quella di superare i propri limiti, la stessa che trovi nell’atletica, la seconda è quella con chi sta dall’altra parte del campo».
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