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«E' iniziato tutto con un formicolio sulla mano destra che si faceva sempre più fastidioso. Era il 2004, giocavo a S. Croce e quelle erano le ultime quattro partite della stagione, così mi hanno dato degli antinfiammatori per non farmi sentire il dolore. Finito il campionato sono stato convocato per la prima volta nella nazionale maggiore, era un sogno che si avverava, ma è stato lì che ho scoperto cosa mi stava succedendo. Lì gli antidolorifici non me li davano e quando schiacciavo, i palloni sembravano d’acciaio. Mi hanno diagnosticato un’arteria occlusa per microtraumi e da quel momento, a parte Trento, sono spariti tutti. I medici di S. Croce mi hanno trascurato e in pochi credevano in me. L’unico che mi ha telefonato è stato Prandi, dicendomi che dovevo smettere. Poi sono andato a Perugia e un dottore mi ha imposto di stare a riposo, ma di non disperare. Sono stato fermo 9 mesi. Ho perso 11 chili, stavo male, ero irascibile e piangevo spesso. Avevo 20 anni e sapevo solo giocare a pallavolo. Nei mesi successivi l’unica società che si è interessata a me è stata Molfetta, dove qualche anno prima avevo disputato due campionati di B1 (dal 2000 al 2002, ndr) e così dopo l’ok del medico sono tornato in campo, ma indossando un guanto che attutisse il colpo. Sono passati tre anni e mezzo e io con quel guanto ci gioco ancora, non ho il coraggio di toglierlo. È la mia seconda pelle». Queste non sono le parole di un mancato giocatore, di uno che c’ha provato ma la sfortuna gli ha tolto la grande occasione. Ora non si allena con una squadra di serie C, tanto per non dimenticarsi da dove è partito. Questa è la storia di un giocatore di serie A, che si sta godendo al sole, seduto sulla spiaggia, il ritorno a casa dopo 23 giorni di fusi orari e letti troppo piccoli negli alberghi di mezzo mondo. Mezzo mondo con la maglia della nazionale italiana, a disputare la World League. È bello sapere che qualcuno è riuscito a riprendersi ciò che gli era stato tolto. L’aveva perso e diversi giorni e tentativi dopo se l’è ripreso. Non è una rivincita a carte, il sogno della vita, ma vale anche per quella. In un paese del sud della Puglia vive un ragazzo che non si è arreso. Perché uno i sogni li può anche avere, è crederci il difficile. E a quel tempo Cosimo Marco Piscopo da Morciano di Leuca era solo il miglior Under 23 della serie A2, roba buona per farci un quadretto da mostrare agli amici, devono aver pensato. Invece no, si deve essere detto il nostro mentre schiacciava il pallone ogni giorno con un pochino di paura in meno. Invece no. Peccato solo che quest’anno, dopo essersi guadagnato il posto in una grande squadra (Trento) e aver esordito in nazionale in una competizione ufficiale (Italia-Usa), il nostro personaggio non potrà mangiare la ciliegina disputando le finali di World League che si svolgeranno a Katowice. Né Pis copo né alcun altro azzurro ci sarà. È la seconda volta nel giro di tre anni (senza contare la wild card dello scorso anno) che l’Italia non ce la fa, ma questa è un’altra storia. «Quest’anno abbiamo pagato il ricambio generazionale e gli infortuni che si sono verificati. Non siamo mai riusciti a giocare con la stessa formazione, ma abbiamo lavorato bene. Noi non siamo come il Brasile che ha talenti sparsi ovunque, qui non ci sono tanti giocatori ad alto livello. Io mi auguro comunque di esserci nelle competizioni successive. Con Perazzolo e Mattera ho giocato in Pre Juniores e in Juniores e spero di vincere con loro anche nella nazionale maggiore. Con questo gruppo sono stato altre volte, altre estati, ma essere tra i dodici è un’altra cosa. Dovrò continuare ad allenarmi senza montarmi la testa e spero di essere preso in considerazione da Montali anche per il futuro. Quando sono sceso in campo mi sentivo insieme carico e addormentato. Poi, passata la prima rotazione, capisci che sei lì per fare la stessa cosa che fai durante l’anno, ma sentire l’inno d’Italia è un’emozione fortissima e allora realizzi di giocare per una nazione intera, la tua». |