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 ricardo0508
LA FAVOLA DEL  RE
Anteprima dell'intervista a Ricardo
Il testo integrale con numerose foto su Pallavolo Supervolley di maggio 2008

Gli occhi sono quelli di un “bimbo”, perché i bimbi amano i loro sogni: e la sua vita, di campione assoluto e sublime, finora lo è stata, tutta d’un fiato, tutta ai 300 all’ora, tutta un susseguirsi di emozioni forti, mai un giorno banale, mai uno uguale all’altro. Di lui hanno detto e scritto tutto e di tutto, lui invece ha scritto un libro “Levantando a vida”, che in Brasile è diventando un best seller, dove ha raccontato la “sua” favola. «Bravo, credo che si dica così in italiano, una favola, perché io sono un uomo fortunato. Vedi questa mano? Adesso la muovo, secondo me è guarita, non mi fa più male. Mi hanno tolto finalmente questo ferro che me l’ha bloccata per 40 giorni e presto tornerò in palestra, cioè ad essere me stesso, perché io senza la palestra e senza la pallavolo non posso stare». Lo senti parlare e pensi che ci sia davvero qualcuno che scrive il destino delle persone, che lo disegna ascoltando il cuore di ognuno di noi. «Io sognavo di fare quello e solo quello, giocare a pallavolo e ti dirò di più, sognavo di giocare alzatore. Lo sognavo da quando avevo 8 anni, dopo essere stato 7 mesi a letto ingessato in quasi tutto il corpo, dopo che mi avevano operato alla testa del femore per una forma tumorale rarissima a quella età». Il merito, o sicuramente la colpa, penserà Gian Paolo Montali a cui O’Rey ha soffiato un’Olimpiade, è di un personaggio che non ha avuto la fortuna di capire che cosa aveva fatto. «È vero, se ho iniziato a fare quel sogno è solo per colpa di un medico che mi suggerì, quando ero in quel letto bloccato fino alle spalle, di andare in palestra, di trovare uno sport che mi aprisse il cuore». Al resto hanno provveduto lo scarso interesse per il calcio («No, non mi ha mai attirato»), quasi una bestemmia per un ragazzino brasiliano, e il fratello maggiore, Luis. «Lui ha 3 anni più di me, all’epoca giocava palleggiatore, mi ha portato in palestra e io iniziai in quel modo ad essere un giocatore. Il Banespa, il mio primo club, era il mio orgoglio, il mio sogno, la mia favola. A 17 anni ero in prima squadra, avevo davanti non uno qualsiasi, Waldo Kantor, ma già allora in tanti si erano accorti di me». Tutta d’un fiato, questa vita da campione, ai 300 all’ora fin da ragazzino, senza respiro: Ricardo Garcia stava già diventando Ricardinho. Le prime esperienze nelle nazionali  giovanili lo consacrano “numero 1” a 18 anni in Malaisia ai Mondiali Juniores. Poi arriva anche l’amore, con la A maiuscola, l’altro sentimento che talora cambia la vita delle persone. Quello per Fabiane è talmente forte da poterlo percepire anche solo nel modo in cui lui, il più grande, racconta col garbo di un ragazzino qualsiasi, col rossore tipico di chi innamorato lo è ora più di prima. «Nel 1994-95 ho cambiato squadra e mi sono trasferito a Maringà, 600 chilometri da San Paolo. Uscivo con un compagno di squadra, un giorno lui si è fidanzato e decise di portarmi fuori in compagnia: Fabiane l’ho incontrata così, all’inizio era solo la sorella della fidanzata del mio compagno, poi…». «Per la verità - continua O’Rey - non è che sia caduta subito ai miei piedi. Lavorava in un negozio di borse, lontano dal mio appartamento, lontanissimo dal palazzetto dove giocavamo, che era dalla parte opposta della città. Così io ogni giorno raddoppiavo i chilometri per andare in palestra ad allenarmi e per due mesi sono passato davanti a quelle vetrine, la guardavo, sorridevo e… speravo».
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