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Eroe silenzioso Estratto dell'intervista a Andrea Sala realizzata da Isabella Mignani Il testo integrale con numerosi scatti di Marco Trabalza su Pallavolo Supervolley di gennaio 2010
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Andrea Sala è appena diventato campione del mondo con la sua Itas Diatec Trentino. Per la prima volta il suo impegno ed il suo lavoro sono stati trasformati in una vittoria importante, di quelle che lasciano il segno. Un successo che ha acceso la fame del centrale. «Nella mia carriera voglio lo scudetto e la Champions League, voglio la Coppa Italia, voglio un posto nella squadra che parteciperà ai Mondiali del 2010 e voglio giocarmi la possibilità di vincerli, voglio partecipare a un’Olimpiade». Andrea Sala ha abolito i vorrei. Non per capriccio, né tanto meno per cieca presunzione. Ciò che lo spinge ad usare una frase tanto forte e imperiosa come “io voglio” è la sua determinazione. «È vero, non uso il vorrei per questo. Quelle vittorie che vi ho raccontato le voglio davvero, lavoro per averle, vado in palestra con il compito preciso di fare un altro passo per raggiungerle. Nelle cose che mi interessano sono molto determinato, è qualcosa di innato, non mollo. Ma non su tutto sono così, anzi. A volte sono anche svogliato. Sono uno di quelli che a scuola nelle materie che mi interessavano ero molto bravo, forse il migliore, e un disastro nelle altre. Per gli sportivi la determinazione è fondamentale, è l’elemento che consente di fare il salto di qualità. Quando sei giovane la pallavolo e lo sport in generale richiedono tanti sacrifici. I tuoi amici sono fuori tutte le notti, tu sei in palestra tutti i giorni e questo lo puoi fare solo quando ami profondamente il tuo sport, solo se questo è il tuo focus, il tuo obiettivo, il punto in cui focalizzi tutte le tue energie. Se tutto questo lo metti nella scuola o nei tuoi hobby o anche nella ricerca dell’amore diventerai altro». Riavvolgiamo quindi il nastro della memoria di Andrea Sala, alla ricerca di quel punto in cui il volley diventa un luogo dove esercitare la propria determinazione. «La pallavolo è entrata tardi nella mia vita, avevo 16 anni e se ho iniziato lo devo a un mio amico. Quella volta andare in palestra non era molto diverso da una partitella di calcetto tra amici. Si andava giocare e poi a bere una birra. Lo ammetto, l’ho fatto più per stare in compagnia e per la birra che per altro. Lì sono iniziati i commenti dei primi compagni: “sei bravino, sei alto”. Quei complimenti arrivavano da ragazzi più grandi di me, ma straordinariamente alla mano. Era un bellissimo ambiente e mi è piaciuto da subito. Completamente diverso rispetto a quello dal quale provenivo, il calcio. Nel volley non c’erano genitori che si beccavano, che spingevano i figli a commettere fallo, ad essere cattivi, a falciare l’avversario. Lì c’era l’arbitro che era il genitore di un altro, ma che non faceva favoritismi. Era ancora l’epoca del pallone bianco, dei centrali che ricevevano, delle divise con le maniche lunghe, ma trovi le stesse cose e lo stesso spirito anche oggi. Non potrebbe essere diverso. La pallavolo è lo sport di squadra per eccellenza. Le vittorie appartengono sempre ed esclusivamente al gruppo. Non puoi illuderti di far tua una vittoria neanche se fai 40 punti a partita, perché per farli hai bisogno di un compagno che ti alzi il pallone e, prima, di uno che lo abbia ricevuto. È lo sport che in ogni singola azione mette in connessione gli elementi della squadra. A far parte della squadra non siamo solo noi che scendiamo in campo. Le vittorie non sono solo nostre. Intorno a noi ci sono persone e dirigenti che non ci abbandonano mai, sono eroi silenziosi che mettono noi in condizione di poter fare meglio». |
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