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ACQUA E SAPONE


Anteprima dell'intervista a Rachele Sangiuliano  realizzata da Enrico Zambruno
Il testo integrale su Pallavolo Supervolley di luglio/agosto 2006
 
Il suo biglietto da visita è il sorriso. È più facile vedere in cielo un Ufo che assistere al broncio di Rachele Sangiuliano. Racu è la classica ragazza della porta accanto, acqua e sapone, dalla simpatia contagiosa. Sorride e vive, vive e sorride. Sogna di girare il mondo, senza soste, in apnea, guardando tutto quello che c’è da vedere. Un turbine in perenne movimento, che dalla prossima stagione si trasferirà dalla mite Forlì all’altrettanto quieta Padova. «Come potevo non accettare? È una grande opportunità, non potevo dire di no, la squadra è di alto valore. Dopo cinque anni stupendi a Forlì è giunto il momento di cambiare. Lì ho ricevuto un affetto incredibile, la società ha scommesso su di me, non so quante avrebbero rischiato di affidarmi la regia a soli 20 anni. Penso di averla ripagata al meglio». Malinconia? «Non è facile lasciare la Romagna, una regione unica. Lascio moltissimi amici e una società che ha sempre avuto un grande pregio: non ha mai fatto il passo più lungo della gamba». Doveva diventare nuotatrice, Racu. Poi il solito colpo di fulmine animato targato Mila e Shiro. Dagli occhialini alle ginocchiere, dall’acqua alla terra. «All’inizio volevo fare tutti e due gli sport. A 9 anni mi sono decisa: solo volley. Iniziai schiacciatrice, mi divertivo un sacco. Quando a San Donà arrivò come tecnico Giannetti cominciammo a giocare con il 4-2, alla cubana. Uno schema che ho sempre adorato, è con quello che ho mosso i miei primi passi come alzatrice, tra l’altro vincendo lo scudetto giovanile Under 18. Fu un’enorme soddisfazione, la prima della carriera. In quel momento promisi a me stessa che avrei voluto riviverne ancora tante di quelle emozioni. A posteriori, fino ad ora, penso di esserci riuscita». L’anno della svolta è il 2001. Ciao ciao famiglia, arrivederci Veneto, si parte per la Romagna, destinazione Forlì. E lì sboccia del tutto. «L’addio da casa non è stato traumatico. Fin da piccola mi sono sempre abituata a stare in giro, sono una persona che si adatta facilmente, essendo per natura molto socievole e tranquilla. La città mi ha subito messo a mio agio, è stato semplice integrarsi». Al PalaFiera pianta solide radici. Educata, mai fuori dalle righe, eterea, ironica, con quel suo modo di fare gentile conquista tutti. Vi rimane cinque stagioni alla corte dell’Icot, una in A2 e 4 in A1. Mani morbide, quelle di Rachele, che in poco tempo conquistano anche la Nazionale, dopo aver frequentato in precedenza le rappresentative pre-juniores e juniores. Il grande giorno arriva il 2 giugno 2001, a Pisa: Italia batte Bulgaria 3-0. Alza la paletta, dà il cambio alla Cacciatori, entra dentro con il cuore che batte a mille. «Che grande emozione. Erano le prime amichevoli di quel periodo, a palleggiare eravamo in quattro: Lo Bianco, Pinese, Cacciatori e la sottoscritta. Ci alternavamo, una volta giocava una e la volta successiva l’altra. Ci davamo una mano a vicenda». Quindici mesi dopo, l’azzurro di Rachele si mischia con l’oro iridato. Berlino, Germania, 15 settembre 2002. Italia-Usa 3-2. Italia campione del mondo. È la storia delle storie, l’impresa che fa esultare tutto il paese, che sbatte sulle prime pagine dei giornali le 12 ragazze tricolori. «Ricordo che c’era molta sicurezza tra di noi, soprattutto dopo la prima fase. Quando abbiamo perso contro Russia e Cuba, ci siamo tutte trovate in una stanza e ci siamo dette: se passiamo, vinciamo il Mondiale. Così è stato. Lì per lì non ci siamo rese conto di quello che era realmente successo. Ora sono passati tanti anni. Rimane uno splendido ricordo, mi basta questo. È una cosa che vedo abbastanza lontana. La medaglia non la custodisco in maniera particolare, è con le altre, non amo appenderla o esibirla. E poi la mia medaglia non ha lo stesso valore di quelle di Togut e Lo Bianco. Loro sono state grandissime protagoniste, io ho contribuito solo in parte». Viva la modestia. È nel personaggio-Racu.
Soprannominata così fin dai tempi della nazionale
Prejuniores. «Me l’affibbiarono le mie compagne in
Thailandia durante i Mondiali giovanili. Comprai un tamagochi che si chiamava Racu Racu, nacque tutto da lì. Adesso addirittura in famiglia mi chiamano così»
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