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SARTO E IL FONDAMENTALE DEL MURO


Anteprima dell'Intervista a Andrea Sartoretti realizzata da Fabrizio Rossini
Il testo integrale completo degli scatti realizzati da Daniela Tarantini, su Pallavolo Supervolley di aprile
 
M. L. T. O. N. E… La palla gira. Vorticosamente. Le lettere si confondono. Non si leggerebbe la marca nemmeno col fermo immagine. Una mano la blocca, all’improvviso, dopo che la pelle sintetica ha accarezzato a lungo la pelle dell’altra mano, con un tocco rapido, certo poco sensuale, solo preciso. I piedi sono puntati verso la tribuna, lato lungo del campo, uno in fila all’altro. Un decimo di secondo dopo, partono, disegnando un elegante e rapido arco.
Il decollo. La palla parte rapidissima. Vola sulla metà campo, sorvola la rete, poi si abbatte impazzita sulle braccia di qualche malcapitato, dall’altra parte, nella metà campo opposta…
L’arbitro fischia… Quante volte, o Sarto, l’hai fatto? Quante vittime in campionato e in giro per il mondo hai devastato, dall’alto di un Campionato del mondo, due Europei, quattro Coppe Andrea Sartoretti con la moglie EmanuelaCampioni, cinque World League, tre Coppe Italia, uno scudetto, e magari ci manca pure la Cev e qualcos’altro? Quante volte, in stanze silenziose, davanti a un video, dodici uomini e un allenatore avversario hanno provato a vivisezionare quel tuo gesto così tipico, unico nel suo genere nel panorama pallavolistico (fatta eccezione, forse, per la strana battuta di Angel Dennis, importata dal baseball?), per cercare una logica, una ricorsività che permettesse di fermarti, di intuire quella perfida traiettoria? Ridacchia, Andrea Sartoretti. Se lo è chiesto, sì, ma sembra incuriosito che ancora dopo anni qualcuno gli chieda della sua fenomenale battuta in salto. Lo ha raccontato mille volte, ormai, ma è anche giusto pensare che ci sia, davanti a questa pagina di Pallavolo Supervolley, una nuova generazione di lettori. Che non sa che faceva Bernardi nel 1994, che non ha mai visto giocare Zorzi, e che giustamente si chiede se Sartoretti metta per terra, davanti a sé, in battuta, un coniglietto invisibile e gli debba girare
intorno ogni volta per non calpestarlo. Bene, ragazzi, sedetevi e ascoltate, come nelle vecchie fiabe. Tutto nasce da un muro. Non quelli di Mastrangelo. Parliamo di calce e mattoni.
«Il muro era a Città di Castello, il primo palasport dove ho iniziato a giocare professionalmente – racconta Andrea -. Non battevo ancora in salto, ma mi piaceva e provavo un sacco in allenamento. Il problema era il muro, sì, dietro la zona di battuta non c’era una tribuna, ma il muro portante del palasport. Ed era vicino al campo. Quindi partivo coi talloni lì appoggiati e prendevo la rincorsa. Mi veniva bene, tiravo forte. Ma ogni volta che mi entrava la battuta, mi accorgevo di aver staccato mezzo metro dentro il campo. Con Fausto Polidori, l’allenatore che mi ha lanciato in serie A, cominciammo a studiare il problema. Mi suggerì una nuova rincorsa: “Se ti mancano 30 centimetri, recuperiamoli lateralmente”. Iniziai allora a partire coi piedi sempre appoggiati al muro, ma con la punta girata di 90 gradi, un piede dietro l’altro, pronto a partire per fare un semicerchio, per avere più rincorsa in poco spazio. La cosa ha funzionato. Il problema è che se impari una rincorsa del genere, la devi fare anche in un campo da Olimpiadi, con tre metri liberi dietro di te, quando invece potresti correre diritto. In realtà ogni tanto ci provo, in allenamento a Modena, a correre dritto. Ma perdo tutti gli automatismi».  Una favola che gira sulla tua capacità di fare ace riguarda
quella rotazione che imprimi alla palla prima di lanciarla. Si parla di effetto, ma dev’essere una boiata visto che poi in realtà la blocchi. «Eh sì – ride il Sarto -. In effetti la palla la lancio ferma. Farla frullare è un’abitudine che ho automatizzato, facendo prima ruotare il pallone e toccandola con l’altra mano le do una specie di input, mi serve per fare un colpo diverso ogni volta… È come prendere fiducia, come avere un feedback sulla mano dalla palla. Certi meccanismi li eseguo da anni, ma ancora non so spiegarli…».
Ma il colpo diverso ogni volta, come si ottiene, Sarto? E da dove parti esattamente per la rincorsa, qual è la distanza che aveva il muro di Città di Castello dalla riga di fondo? «Aprire o chiudere di più la mano cambia completamente l’effetto flot sul pallone. Se apri la mano sei sempre più preciso, è ideale per riuscire a fare i colpi più vicini alla riga; se invece la chiudi, il pallone flotta di più. Poi colpisco con molto effetto, quasi tennistico, per fare quella battuta che tende a uscire dal campo, quella che dicono sia la più difficile da controllare e che tutti si aspettano da me. Quanto allo stacco, credo che con la vecchia regola, quando si batteva solamente da posto uno, fosse molto più prevedibile che tipo di servizio avrei fatto. Ora è difficile, anche per chi si allena sempre con me, capire dove tirerò. La distanza dalla linea? Grazie al Mondoflex, ho uno standard. Io parto all’inizio della terza striscia, lì è il punto. Esattamente sulla giuntura. È per quello che mi arrabbio quando, agli eventi della Lega, ogni tanto mi mettete i led pubblicitari esattamente lì sopra. Perdo i miei riferimenti, mi manca qualche centimetro e finisco con lo sbagliare».

 

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