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CHIAMATEMI "VENTZI" |
Anteprima dell'Intervista a Ventcelsav Simeonov realizzata da Fabrizio Rossini Il testo integrale completo degli scatti realizzati da Daniela Tarantini, su Pallavolo Supervolley di febbraio |
È da pazzi andare a intervistare un giocatore di due metri, che picchia come un caterpillar, dopo che, nell'ordine: 1) ha perso la TIM Cup (la Coppa Italia) in finale cinque giorni prima; 2) sono passate 24 ore da quando ha perso in casa con la Lube Banca Marche Macerata; 3) un'ora prima l'ecografia gli ha rivelato che è meglio che ci vada piano con gli addominali perché tra le fibre ha una cicatrice grossa come un dito; 4) solo l'amata pesca al lago lo rilassa, ma sono sei mesi che non ci va; 5) il muscolo gli fa male ma tra un'ora e un quarto dovrà andare a fare pesi… Beh, se ci andate lo stesso: A) siete masochisti; B) è l'unico giorno in cui potete farlo prima che la tipografia cominci a stampare il giornale e dobbiate iniziare a vergare l'articolo a mano su tutte le copie, col bel pennarello nero; C) il giocatore in questione si chiama Ventceslav Simeonov, e in realtà, anche se ha la faccia incacchiata da asso del wrestling, è un ragazzo simpatico e socievole, che non ama tanto parlare di sé ma si presta volentieri alla vivisezione a cui, mensilmente, sottoponiamo uno dei grandi campioni dell'italico volley. Beh, questo ragazzo, un po' come è accaduto all'altro italobulgaro della Copra Berni Piacenza, alias Hristo Zlatanov, ha ottimo Dna nella sua composizione organica. La sequenza di amminoacidi gli arriva da papà, Kaspar, asso della pallavolo bulgara (da straniero giocò a Chieti e Avellino), e da mamma Tzianka Simeonova, alzatrice attaccante di altrettanto valore. Facciamo un salto nel passato. Il piccolo Ventzi, come lo chiamano tutti gli amici, a dispetto dei trascorsi dei genitori, non ha molta voglia di fare sport. Papà lo spedisce ai campetti, giusto per fare un po' di calcio. Ma lui è talmente pigro che sceglie il ruolo dove si corre di meno. E quella scelta di fare il portiere rischia di costargli carissimo. Un giorno la porta, di quelle di ferro pesante, si rovescia. Gli cade addosso, su una gamba. L'incidente è terribile: il tredicenne Ventzi grida di dolore. Il babbo, che è poco lontano, accorre e diventa bianco come un cencio. Gli liberano la gamba, imprigionata sotto il ferro: a metà polpaccio, è piegata a 90 gradi. Tibia e perone sono andati in pezzi, la frattura è scomposta. Non solo la carriera sportiva amatoriale è compromessa, ma i medici sussurranno nell'orecchio di Simeonov senior che il suo ragazzo farà fatica a camminare normalmente. Inzia un calvario, per lui. 45 giorni coi ferri, mesi di stampelle, cure continue per fare recuperare la gamba che si è accorciata rispetto a quella sana. Sport? Ma chi ha voglia di parlare di sport in quelle condizioni? Il fratello Peter, di sei anni più giovane, lui sì che è scatenato, e dichiara che vuole diventare uno sportivo come mamma e papà. Ventzi si butta sui libri, inizia la scuola per geometri, viaggia con ottimi voti. Sogna di fare muri, da grande. Ma muri portanti. Beh, insomma, tutto pensava Ventzi, tranne di recuperare da quel gravissimo incidente e ritrovarsi anni dopo, con addosso la tuta della Copra Berni, a chiacchierare nel salotto di un appartamento a pochi chilometri dal centro di Piacenza sulla sua carriera di opposto di rango. «Non me lo sarei mai aspettato, davvero - dice Simeonov, guardando perplesso il cronista che prende appunti - perché era mio fratello Peter che voleva fare sport, e invece un infortunio al ginocchio lo ha dirottato verso il praticantato da architetto. E io, che sognavo di fare l'architetto, fra un'ora e un quarto devo andare a fare pesi perché domenica giochiamo a Treviso. La vita ha incrociato le nostre aspettative, è strano…». Come strano è che Ventceslav Simeonov, preceduto dalla fama dei genitori, arrivi in Italia, per la precisione a Cuneo, per studiare. «Non pensavo allo sport, come priorità. Sognavo architettura. Anche se da ragazzino ero già grosso come adesso, ma con un sacco di problemi. Prima l'incidente alla gamba, che mi ha lasciato il terrore di farmi ancora male. Poi sono cresciuto troppo in fretta, 12 centimetri in poche settimane, a 14 anni. Insomma, i bambini inziano oggi a giocare a pallavolo a 7 anni, col minivolley Io ho cominciato a 16…». | |
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