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   Il volo della libellula
 

 Anteprima dell'intervista a Federica Stufi  realizzata da Isabella Mignani
 
Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di maggio 2007

 
 

E' una vecchia abitudine delle giocatrici del Club Italia attaccare sulle pareti delle villette dove risiedono e convivono poster, foto, frasi. Un tazebao costruito nel tempo e che racconta la loro permanenza, la loro evoluzione, i gusti che cambiano. Un vero e proprio romanzo, vite speciali di promesse della pallavolo femminile raccontate in una foto, in una frase. Un incipit ipertestuale e vagamente multimediale che si tramanda da anni e che ha contagiato anche Federica Stufi, oggi centrale della Magic Pack Cremona ma che fino all’altro ieri è stata capitano della nazionale juniores e che da capitano ha vinto l’ultimo oro europeo di questa selezione. Oggi come allora Federica veste i muri della sua stanza. Di colori, di foto, di frasi che colpiscono, frammenti di testi di canzoni o aforismi. Parole che sono monito, stimolo, che forse diverranno presagio, o forse barlume di speranza, lontano obiettivo. È stata una delle ultime domande dell’intervista che le abbiamo fatto. Le abbiamo chiesto di leggerci una frase, che è un po’ come leggere di nascosto il diario segreto di qualcuno, per capire che tipo fosse. Federica ce ne ha lette due che ha voluto scegliere non troppe poetiche, non troppo colte per non dare l’idea di essere una pesante, una che vuole darsi un tono. Sono due frasi che sono gli ultimi due tasselli del puzzle, quelli che completano l’opera e che danno un senso a tutto. Il primo aforisma è di Giacomo Leopardi e recita: “Chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo”. Fa sorridere pensare che il poeta più sfigato dei tempi (anche uno dei più bravi) sapesse dare tanto valore al potere di una risata. L’altro è di un anonimo turco e dipinge alla perfezione l’indipendenza e la testardaggine di Federica: “Un bimbo cresce cadendo e rialzandosi”. Mai fidarsi di bimbi senza croste sulle ginocchia, troppe persone li proteggono e frenano. Contiamo quindi quante volte questa giovane pallavolista sia caduta e quante volte si sia rialzata, quante volte guardandosi allo specchio si sia vista più grande, più matura, più donna. Saranno tante. Non perché Federica sia una sempre per terra, ma perché come qualunque sua coetanea sta cambiando, acquisendo autonomia, imparando a gestirsi, a conoscere termini nuovi come professionalità, serietà, cose che puoi permetterti part time fino a che sei uno studente, fino a che sei a casa con i tuoi, ma che da quando metti il becco fuori casa debbono sorreggere il tuo quotidiano. I primi approcci di Federica con il mondo della pallavolo risalgono a tanti anni fa, non perché sia una veterana del campionato di serie A2, anzi è uno dei volti più freschi e promettenti, ma perché la prima volta che è entrata in campo aveva solo 5 anni. Non una figlia d’arte costretta a stare in palestra, ma semplicemente una sorella minore che guarda quella maggiore con ammirazione e che prova ad imitarla in tutto. Compreso lo sport. «La prima volta che ho giocato sono stata presa solo per far numero, nella piazza del mio paese, Figline Valdarno, era un camping con la parrocchia. È vero avevo solo cinque anni, ma con Ilaria giocavo sotto casa e qualcosina sapevo fare. In prima elementare ho cominciato per davvero, in palestra. Dai 6 ai 13 anni ho giocato lì, poi un anno a Incisa e tutti i campionati provinciali, regionali». Un inizio come tanti, ma la pallavolo è quasi innata in Federica e così i selezionatori azzurri si accorgono di lei e la convocano nel Club Italia. Alta, magra, tecnicamente non purissima, un centrale interessante e da costruire. Il Club Italia, una fucina dove i talenti italiani vengono forgiati, una squadra speciale che inizia a popolare le fantasie e i sogni di tante nostre lettrici che ci pongono sempre la stessa domanda: “Come si fa ad entrare nel Club Italia?”.  «Per entrare al Club Italia ci sono requisiti fisici e per fortuna tra questi non c’è la forza. Ai primi allenamenti in Club Italia crollavo dopo aver fatto pesi, ma i bilancieri erano da quattro chili. Sembra ovvio ma per entrare a far parte di questo gruppo devi crederci, provarci su tutti i palloni. Per me il Club Italia non è mai stato la porta per sfondare, non ho mai pensato che riuscire ad entrare significhi anche avere un futuro nella pallavolo. Di sicuro è stata una grandissima esperienza di vita, prima che di palestra. Impari ad essere più autonoma, a organizzare i tuoi spostamenti, prendere treni e aerei da sola. Far conciliare sport e scuola non è facile, anche se il duro arriva dopo. Al Club Italia inizi a pensare più seriamente alla pallavolo, pensi che può diventare un lavoro, che ci puoi costruire il futuro. Con il Club Italia vivi grandi emozioni, non solo quelle della pallavolo, si creano dei legami forti, c’è qualcosa che lega tutte noi, anche se è normale che con qualcuno leghi di più, con qualcuno hai attriti. Esattamente come nella vita fuori di lì. La vita al Club Italia è un po’ un esperimento, un po’ un rito di iniziazione».
 

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