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“I wanna be black”. Voglio essere una nera, con un’acconciatura afro in testa, con il ritmo che scorre nelle vene. Naturalmente. Insieme al mio sangue. Il ritmo, l’hip hop, la musica in genere sono l’altra grande passione di Stacy Sykora, una texana che dal 1998 è diventata un libero da icona. Difficile da imitare. Tecnicamente, ma soprattutto caratterialmente. Lo si avverte subito che Stacy è un modello unico. Scende in campo, la tuta di un paio di misure in più, quasi sempre le mani in tasca, il chewing gum in bocca, la coda biondissima, lo sguardo grintoso, sicuro. Il riscaldamento inizia, stretching per tutti. Un momento silenzioso in cui si allungano i muscoli e il pensiero sino alle disposizioni tattiche impartite dall’allenatore. Poi inizia la corsa, che pompa sangue e calore nei muscoli, e dopo un po’ Stacy lascia il gruppo: le andature, i salti le servono poco e soprattutto non le appartengono. Stacy inizia a crearsi un vuoto mentale, a scaricare dalla mente tutto il lavoro di una settimana di allenamento. Sette giorni lunghissimi, tirati, con la concentrazione a mille, rivolta a costruire le intese, dividere le competenze con le proprie compagne e a memorizzare le direzioni di attacco delle avversarie, il tipo di servizio che la attende. Il ritmo del palazzetto la prende e la porta via. Non ci sono solo le hit del momento che escono dalle casse dell’impianto audio, c’è quel ritmo che vibra con il suo, un botta e risposta fra il suo cuore e quel tum tum dei palloni che colpiscono il pavimento. Balla Stacy, con quegli scatti velocissimi, quei rapidissimi cambi di direzione, che ricordano un twist. «Il mio lavoro è durante la settimana perché a pochi minuti dall’inizio di una partita io non posso fare più niente – spiega il numero 5 della Monte Schiavo Banca Marche Jesi – devo solo giocare e farlo al meglio. Mi devo rilassare, tranquillizzare. Perché giocare male fa parte di questo sport a volte, una giornata no ci può stare. Sono tornata a ricevere durante il riscaldamento da quando è arrivata a Jesi la Lang Ping. Io non sono abituata a farlo e mi piace anche poco, ma la Lang Ping è un mito, bravissima e se lei dice che devo farlo, ok io lo faccio». Continua il riscaldamento e la Sykora inizia a tuffarsi, il corpo che tocca più pavimento possibile, che prende confidenza, un modo per possedere e controllare la superficie di gioco. Un po’ come marcare il territorio. Si avvicina il fischio di inizio, ma Stacy ha ancora qualcosa da fare. Pregare. I gomiti poggiati al pavimento, le mani giunte in un bagher, accucciata bassa, bassa. Le compagne sono ancora in disparte, le lasciano una specie di intimità. «È un momento tutto mio, è una preghiera. Io chiedo la forza per giocare bene la partita, la forza per prendermi quel campo, per farlo diventare mio. La prima volta che l’ho fatto è stato cinque anni fa al Torneo di Montreux… Volevo giocare bene e per farlo dovevo essere bassa in ricezione. Così bassa. Parlo con me stessa». Tanto bassa da essere al limite. La Sykora di limiti ne ha pochi, sarà perché gli Usa sono la nazione del tutto è possibile, dei self made man di buona volontà. Sarà perché lei dal ’98 ha scelto di essere il libero della nazionale americana e persegue giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento l’obiettivo di essere il libero più forte del mondo. «Io non lo so chi è il libero più forte del mondo. Di certo io sono la più longeva a livello di competizioni internazionali. È dal 1998 che disputo Mondiali, Olimpiadi, Grand Prix. Molti dico no che io sia il libero più forte al mondo, ma sono gli stessi che alla Cardullo o alla Croce o alla Wijnhoven dicono la stessa cosa. Io credo che questo titolo cambi ad ogni manifestazione. Alle Olimpiadi di Atene io sono stata eletta come la giocatrice più forte in difesa, ma un libero è forte quando fa il bene della squadra, quando aiuta gli attaccanti, quando la squadra vince. A cosa è servito essere la numero uno di questi Giochi e uscire ai quarti di finale contro il Brasile? Questa Olimpiade è stata una merda e nessun complimento mi farà cambiare idea. In tutti gli allenamenti io cerco di essere il libero più forte al mondo, ma non lo faccio per me, per sentirmi acclamare come tale. In ogni allenamento cerco di fare qualcosa in più per il bene della squadra. È stata una delle prime cose che mi ha insegnato Yoshida (il tecnico della nazionale Usa, ndr). Al mio primo raduno con la nazionale io ero stata convocata come posto 4, dopo aver partecipato ai campionati universitari con il mio college, il Texas AEM. Il primo giorno ho parlato con Yoshida, gli ho detto che volevo fare il libero e che volevo essere il più forte». |