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VECCHIO STAMPO


Anteprima dell'intervista a Paolo Tofoli realizzata da Eleonora Cozzari
Il testo integrale su Pallavolo Supervolley di luglio/agosto 2006
Succedeva a tutti gli allenamenti, quest’anno. Uno di fronte all’altro, più o meno a quattro metri di distanza, uno urlava “vai Paolino”, l’altro sorrideva e cercava di neutralizzare la bordata che stava per arrivargli. I due in questione si chiamano Osvaldo Hernandez e Paolo Tofoli e alle 9 di mattina, quando ancora fai fatica a tenere gli occhi aperti senza sbadigliare, loro ti rapivano lo sguardo. In tutti i palazzetti d’Italia la stessa cosa. Uno spettacolo. L’allenamento pre gara, quello senza partitella, era catalizzato da loro due. Poi magari il pomeriggio non andava, almeno a Perugia, però la diagonale dei sogni, quella che a Roma ha vinto lo scudetto nel 2000, in quei 10 minuti di attacco-difesa tornava a far tremare.
«Quest’anno poi siamo stati anche in camera insieme… Ma a dirla tutta a Perugia è stato un fallimento - ammette Tofoli, quello che non solo veniva preso consenzientemente a “pallonate” dal cubano, ma anche il protagonista di questa intervista -. Perché dopo una finale scudetto tutti si aspettavano almeno di pareggiare i conti, invece neanche due mesi e subito il cambio di allenatore. Le premesse però non erano buone, il gruppo aveva un sacco di difetti tecnici sin dall’inizio. Il muro era scadente, il mio per primo, quello di Vujevic lo stesso, la battuta non andava e in ricezione traballavamo. Non potevamo andare molto lontano. Certo la Champions è una storia a parte. Se non ci fosse ritoccato Belgorod saremmo passati, ve lo garantisco. E forse, certo lo dico adesso, ma dopo quel viaggio massacrante (scalo a Bucarest per una tormenta di neve, corsa in pullman dall’Ucraina su strade ghiacciate e innevate e arrivo al palazzetto mezz’ora prima dell’inizio della partita, 31 ore dopo essere partiti, ndr) non dovevamo accettare di giocare. Saremmo dovuti tornare di nuovo in Russia. Perché poi se fossimo arrivati alla final four, ora staremmo commentando un’altra stagione».
Invece è andata male e nonostante avesse un altro anno di contratto “Paolino” non tornerà a Perugia. Ha accettato la sfida della nuova M. Roma Volley con l’intenzione di restituire il favore a chi gli ha regalato l’ultimo trofeo, uno scudetto da sogno davanti a 15mila persone. «Vorrei prendermi delle rivincite, dimostrare che ancora non era ora di andare in pensione. E poi mi ha fatto piacere essere cercato. Il progetto c’è, la squadra che sta allestendo Vittorio (Sacripanti, ndr) è di ottimo livello e a Roma ho dei ricordi bellissimi. Poi alla base c’è la passione, io mi diverto ancora a giocare, senza dimenticare quello che guadagniamo. Quando sento Gravina, Zorzi o Gardini la prima cosa che mi ripetono è quella di restare in campo finché riesco». Gardini, Zorzi e Gravina, mica tre
nomi a caso. E allora dopo tre anni all’attivo, dal ‘98 al 2001, con un campionato e una Coppa Cev in bacheca, Tofoli torna a Roma per vincere. Quando potrebbe essere l’ultima occasione.
Stavolta però la diagonale dei sogni non ci sarà, ma dietro la scrivania troverà ancora Vittorio Sacripanti. Accomunati prima da Roma e poi dall’esperienza Perugia, quest’anno con il dirigente romano Paolo ha avuto un po’ di problemi. Era metà novembre e dopo cinque sconfitte interne (alla fine la prima vittoria di Perugia in casa arrivò all’ultima giornata di andata) Sacripanti puntò il dito su di lui. «Ci siamo chiariti quasi subito, aveva rilasciato quelle dichiarazioni per proteggere la squadra e io avrei avuto le spalle larghe per incassare il colpo. Però mi ha ferito. Lo so che la sua stima per me non è mai cambiata, ma ancora non l’ho digerita mica tanto quella storia. Perché io venivo da un infortunio, e nonostante non fossi ancora a posto continuavo a giocare e quello non era il momento adatto. La prima cosa che ho pensato è stata: la prossima volta, al primo dolorino mi fermo e basta. Come fanno tanti
giocatori»
. Tofoli però non è uno come tanti e non perché non si rifiuta di giocare quando sta male o perché a quasi 40 anni (li compie il 14 agosto) continua a distribuire palloni invece di commentarli. Paolo ha un piccolo particolare sul suo curriculum: è il palleggiatore della
Squadra del Secolo, quella che ha vinto una cosa come tre Mondiali, quattro Europei e otto World League. Ok, ok questa storia l’avete già sentita. Ma per alcuni le immagini della “generazione dei fenomeni” continuano ad essere lontane. Le foto sono a colori e le magliette
hanno le maniche corte, però se eri davanti alla televisione eri piccolo e se non c’eri, perché magari giocavi per la promozione in Prima Divisione, vuoi capire che aria si respirava. Ma niente podi e inni nazionali. E noi vi accontentiamo. «Non eravamo nessuno quando abbiamo iniziato a vincere. È grazie a quella nazionale che ancora oggi ci riconoscono per strada. Due allenamenti al giorno e tanta fatica, ma come ci divertivamo»
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