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Voglio la storia
Estratto dell'intervista a Dragan Travica realizzata da Eleonora Cozzari
Il testo integrale con gli scatti di Daniela Tarantini su Pallavolo Supervolley di febbraio 2009


Si dice che qualsiasi storia sia raccontabile in tre righe. Il resto è letteratura. Dragan è un ragazzo di 23 anni che ascolta musica Hip-hop e R&B. Ha il suo modo di scuotere la biancheria uscita dalla lavatrice, a suo dire, più preciso di quello della mamma e di Viola, la sua ragazza, con cui divide un appartamento fuori Modena dopo che se l’è andata a riprendere fino in Australia… Viola. Non ci siamo…Travica è un palleggiatore, figlio del famoso Ljubo, dopo due promozioni consecutive con Crema e Milano, l’anno scorso ha letteralmente fatto fuori il titolare (Mattera) a suon di primi tempi e palle in posto due. E quest’anno, dopo un inizio non positivo con Modena, sta cercando di portare la “culla della pallavolo” nei play off. Manca qualcosa… Dragan qual è il tuo obiettivo? «Devo fare la storia, essere un palleggiatore vincente. Ho le capacità e la maturità per conquistare successi importanti. Alla fine della mia carriera guarderò solo quante vittorie avrò ottenuto… sono della vergine, esigente!», risponde Travica. Chiunque l’abbia detta, la storia delle tre righe, aveva ragione. Dragan Travica apre la porta di casa sua in una mattina d’inverno, a Modena per le strade c’è ancora la neve. Felpa, jeans, scarpe sportive. Non si tira indietro ad alcun commento, nessuna domanda è scomoda, non evita riferimenti a fatti o persone. E in certe occasioni rilancia. Partiamo da quest’anno per raccontare la sua vita. E non ci metterete molto a capire di che pasta è fatto. In estate Modena punta su di lui e lui, felice come non mai di tornare da dove era partito, prende in mano l’eredità lasciata da un certo Ricardo. Però le cose non vanno bene, la squadra non gira e il dito è puntato anche su di lui. «Beh il palleggiatore è quello visto con più responsabilità perché tocca la palla ad ogni azione. Ma la pallavolo è una correlazione di fondamentali. E spesso il segreto sta nel correggere l’errore del tuo compagno messo in difficoltà dall’avversario. A Modena questo non capita. Siamo inesperti, siamo tanti punti di domanda, ma non abbiamo ancora un punto di riferimento. A Crema avevo Cazzaniga, io mi rifugiavo in lui e lui è stato il miglior attaccante della stagione. A Milano, dopo che è arrivato Novotny abbiamo vinto ventidue partite consecutive. Ma, per dire, io che con i centrali non sono così sicuro, con Spairani l’anno scorso mi sentivo completo. A Modena questo manca, facciamo fatica ad esprimerci. E poi la stampa ha un tipo di mentalità e i tifosi un certo tipo di comportamento, nonostante attualmente lottiamo alla pari con Martina Franca. Dobbiamo essere tutti un po’ più umili, sono anni che non si vince niente. E lo dice uno per cui tornare a Modena è stato una specie di sogno che si realizzava, ma se devo essere sincero istintivamente dico che non amo più questa maglia come prima. Se poi mi parlate di squadra io ci credo che arriveremo ai play off». Tutto d’un fiato, Dragan parla di quella che è stata la città più vincente della storia con gli occhi di uno che è arrivato a Modena nel 2003 per giocare in B2 e l’anno successivo ha fatto da riserva in serie A. E non gli interessano le vecchie glorie se portano solo a perdere di vista la realtà. Dragan guarda in faccia il presente, ma sembra uno dei pochi a vederlo veramente. «Non mi interessa della storia di Modena, è da qualche anno ormai che non centriamo gli obiettivi. Lo so cosa penserà la gente, ma parlo perché la mia esperienza me la sono fatta. Il fatto che hanno messo Giani sotto esame dall’inizio del campionato, per esempio, non mi fa certo stimare l’ambiente. E vi dico che Giani preferiva tenersi Ricardo, tanto per mettere in chiaro che non parlo per interessi personali. Io ho sempre giocato per la maglia e per i tifosi in ogni posto in cui mi sono trovato e le mie scelte le faccio anche per il contesto in cui vado. A Milano, per dire, ho scritto una lettera agli ultras perché c’era un rapporto splendido. Poi torno a Modena, città che desideravo da quando ero andato via, e vedo scene come quelle capitate durante la partita con Verona. Perdevamo 1-0 e un signore ha urlato che eravamo una squadra di A2. Stavo bevendo e l’ho guardato negli occhi, ma lui ha distolto lo sguardo. Alla fine abbiamo vinto 3-1 e quando nel quarto set eravamo avanti 24-16 e Verona ha chiamato tempo, tornando verso la panchina l’ho riguardato fisso… dopo la partita quella persona è venuta a chiedermi scusa».

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