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CON LE MANI E COL CUORE |
Anteprima dell'Intervista a Valerio Vermiglio realizzata da Fabrizio Rossini Il testo integrale completo degli scatti realizzati da Fiorenzo Galbiati, su Pallavolo Supervolley di novembre 2005
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Palalottomatica. Giorno di riposo dell'Europeo 2005. L'Italia si allena in quello strano “silenzio rumoroso” imposto da Gian Paolo Montali, a telefonini spenti e acqua in bocca per chiunque sia nei dintorni, con colonna sonora solamente il rumore del pallone e le grida dei giocatori. Molti dei volontari della manifestazione sono intorno al campo ad ammirare i loro idoli, accampati sui tavoli della tribuna stampa che di lì a poco si riempiranno di inviati da tutta Europa. Un gruppo di ragazze osserva attentamente l'alzatore. I commenti si sprecano. Perché dicono “quanto è bravo”, confrontando le sue spinte in zona 4 da metà del campo a quello che probabilmente fanno loro in Terza divisione, quando coi piedi fuori dai tre metri sembra che la palla pesi una tonnellata. Ma bisbigliano anche “come ha fatto Montali a farlo capitano?”. “Avete visto il casino che fa sempre in campo?”. Fast Forward. Partite - palloni - alzate - trionfo - podio - coppa - sorrisi - riposo - maglia nera della Sisley - altre vittore. Le immagini scorrono rapide, con l'indice a premere l'avanti veloce. Ed eccoci di colpo a casa Vermiglio. Campagna veneta. Villa su due piani con ampia tavernetta. Casa accogliente, fatta anche per gli amici, a giudicare dal barbecue esterno e da una ampia griglia nel camino, dallo spazioso surgelatore murato di costolette, dalle freccette con tanto di scoreboard elettronico e dall'immancabile calciobalilla. Valerio siede pronto al martirio della lunga intervista, mentre la sorella Valentina, ospite per qualche giorno, si muove silenziosa per casa.«Inziamo da lì, vero? Va bene. Ci credevano in pochi, che Montali mi avrebbe fatto capitano. Non ci credevano tanti tifosi. E anche gli arbitri. Alla fine della serie scudetto avevo parlato con Paolo Porcari, uno dei più esperti. Mi aveva dato dei consigli, mi aveva spiegato cosa pensa l'arbitro quando uno gli arriva aggressivo sotto al seggiolone. È stato lui ad avvertirmi che, nella comunità degli arbitri internazionali, io ero un sorvegliato speciale, che avevano il cartellino già pronto. Ho seguito i suoi consigli, mi sono controllato. E la sfida di Montali, con la responsabilità che mi ha dato, è vinta. Io già avevo molte cose a cui pensare, a gestire la squadra in un evento così grande, in casa, a Roma. Ma Gian Paolo ha ritenuto giusto investirmi di questo ruolo. Sono abbastanza corazzato. Ma la corazza l'ho messa io, per proteggermi. Come mi descrivo? Sono focoso e permaloso. Ma anche buono e onesto. Odio la cattiveria, anche se mi dicono che sembro cattivo. Io lo so che, di faccia, non ispiro simpatia da tutti i pori. Me ne rendo conto e ci soffro, non mi piace passare per stronzo. Non parlo tanto con la gente, è vero, e mi spiace non essere troppo aperto. Credo sia dovuto al fatto che ho letteralmente saltato unaparte della mia vita, quella dei 13, 14 o 15 anni. Mi manca l'adolescenza, mi manca tantissimo: perché in quel periodo in cui tutti vivono in maniera svagata, io ho concentrato tutti i miei sogni, spremendo la mia volontà di arrivare in alto nello sport. Ci sono riuscito, ne sono fiero, ma ho perso qualcosa per strada che ha modificato il mio carattere. Il più delle volte non voglio apparire così come sembro, ma la gente mi giudica immediatamente. In campo so bene cosa mi succede. Ogni tanto mi viene il pallino. Per difendere i miei compagni, faccio cose che sono anche gesti di affetto; cose che a parole, nella vita quotidiana, in palestra, nemmeno esprimo. Se i miei compagni vengono attaccati, io attacco. Sono uno che sposa tutte le guerre. Poi mi chiudo. Pago il fatto di stare a casa la sera, di non andare spesso nei locali pubblici, passo per quello che non vuole stare in compagnia, che non esce con nessuno. Ma mi tengo stretto il consiglio che anni fa a Padova mi diede Basso, uno dei miei cari amici insieme a Pasinato e Stefano Padovani. Loris mi disse: “Vuoi un consiglio? Fuori dal campo, fatti i cacchi tuoi”. Ma in campo… È come se ci fosse un interruttore da accendere. Appena si attiva, perché mi provocano, mi arrivano spinte mentali che mi fanno andare a mille, che mi fanno risolvere la situazione, giocare al meglio possibile per far rendere al massimo i miei compagni. Con la voglia di zittire chi ci fischia. Insomma: se mi fate incazzare, io gioco meglio, specie se sono calmo». |
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