logo
Homepage
Abbonamenti
Edicola
@-dicola
Digital Edition
Arretrati
Personaggi
Volleyshop
Links
Info e Contatti
Una vita in volo
Un Angelo Biondo
Video
Pubblicità
 vermiglio1108
LA MIA NUOVA CASA
Estratto dell'intervista a Valerio Vermiglio realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale con gli scatti di Daniela Tarantini su Pallavolo Supervolley di novembre 2008

Da quando abbiamo spinto la molla della nostra penna e chiuso il nostro moleskine rosa dove abbiamo salvato la nostra intervista a Valerio Vermiglio, ci sentiamo sempre allo stesso modo. È come se avessimo in mano gli ultimi due pezzi di puzzle e, nonostante la soluzione sia così vicina, ci sentiamo smarriti. I due pezzi non combaciano. Il ritratto costruito tassello dopo tassello non somiglia per nulla all’immagine di Valerio che per anni abbiamo conosciuto. Ci sono le sue mani, da difendere e salvaguardare come farebbe il WWF con i panda, ma non c’è traccia di quell’avversario impulsivo e tempestoso che lancia fulmini al di là della rete. Ci chiediamo dove sia finito. La spiegazione più semplice, per chi come noi non ha mai creduto a Jessica Rabbit ed al suo “è che mi disegnano così”, è che la tempesta sia “sedata” dalla saggezza e che abbia dei confini netti, definiti. Come le righe del campo. Che i confini dell’uomo e del giocatore racchiusi nel nome e cognome di Valerio Vermiglio siano chiari e determinati come l’in & out di un pallone. Per molti anni Valerio Vermiglio è stato considerato un intoccabile. Il talento e le magie che pennellava per i suoi attaccanti lo avevano messo al riparo da tutto. Dopo averconquistato le luci della ribalta, mai nessuno aveva provato a metterlo in discussione. Una volta indossata la maglia della Sisley, una volta divenuto proprietario assoluto della cabina di regia azzurra, tutti lo hanno esaltato, qualcuno lo ha nominato capitano della nazionale. All’euforia di Roma e degli Europei del 2005 vinti in casa davanti ad una folla entusiasta, sono seguiti malumori, frizioni. Qualcosa nel gruppo azzurro si era rotto. Il Mondiale del 2006 è stato quello dei musi lunghi, l’Italia scivolava, il gioco opaco, lontano dalle nostre possibilità. Un numero sempre più alto di nazionali metteva la freccia e ci superava nei risultati, ma soprattutto nel gioco. Non c’era più un’identità. Era come se non riuscissimo più a tradurre la parola pallavolo in italiano. È stato un brutto periodo, fatto di voci, veleni, di riunioni per cercare di rimettere i cocci insieme, fino ad arrivare ad individuare la mela marcia. L’equazione è stata facile facile. L’Italia non vinceva più per colpa di Valerio Vermiglio. Togliere Valerio significava far ripartire l’Italia. Così non è stato. Ma non perché ci fosse una mela marcia, due o tre, ma perché una soluzione così semplice non poteva bastare per una realtà così complicata. Qualcosa scricchiola anche nella Sisley, le vittorie coprono il rumore. Lo scudetto del 2007 è comunque orogranata, ma l’estate mette il nome di Valerio Vermiglio sul mercato. «Sisley e nazionale erano arrivati alla stessa conclusione. Io ero il problema. Così ho scelto un club come la Lube che potesse darmi la possibilità di lavorare, di rimboccarmi le maniche per dimostrare che non era così. Nella vita ognuno fa le proprie scelte,le strade si dividono, ma quello che più contava per me era dimostrare che non ero il colpevole. Questo, però, è arrivato dopo. Prima sono arrivati i dubbi, la riflessione, il chiedersi se potevo essere o meno la mela marcia, per cercare di pulirmi. Per migliorarmi. Sono arrivato alla conclusione che non lo ero e che dovevo dimostrarlo sul campo. In passato mi è capitato di esserlo, mi è capitato di crederci. Ma non sono uno stronzo e neanche cattivo, anche se in campo mi accendo, anche se quando entro nel rettangolo di gioco è come se un toro vedesse il rosso. L’orgoglio, la voglia di sfida, di vincere mi accende. Ci metti anni ad imparare ad indirizzarla, l’esperienza ti aiuta in questo. Quando sono arrivato a Treviso, a 13 anni, ero un ragazzo di volley da strada. La realtà siciliana è completamente diversa dalle altre. La provocazione, urlare in faccia all’avversario sono la regola. Sono diventato così per difesa. Ci sono partite che hanno provocato un piccolo trauma. Una è stata un tre contro tre di beach. C’era così tanta voglia di vincere che contro di me non urlavano solo gli avversari, ma anche i compagni di squadra. Provocare l’avversario era davvero la regola. Sicilia e Calabria, le mie regioni di origine, sono davvero calde e molto diverse. Non c’erano palestre, giocavamo sul cemento, in campetti all’aperto, nell’oratorio dei salesiani. Lì è nata la mia voglia di dimostrare che potevo arrivare, che potevo diventare tra i più bravi nel mio sport, che il mio sogno da bambino, quello che a tredici anni mi ha fatto lasciare la mia famiglia e la Sicilia per trasferirmi a Treviso, potevo realizzarlo».

built with Fastportal3 by FASTNET S.p.A.