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IVAN ZAYTSEV Estratto dell'intervista realizzata da Eleonora Cozzari Il testo integrale con numerosi scatti su Pallavolo Supervolley di luglio 2010 |
È ambizioso come il padre, romantico come la madre. Il primo, Viacheslav, è stato il palleggiatore dell’Urss che dominava sottorete, ha vinto due medaglie d’argento alle Olimpiadi, nel ’76 e nell’88 e se non lo conosci, non è che ti viene da dargli una pacca sulla spalla, ecco. La seconda, Irina, si è messa al collo l’argento agli Europei di nuoto, 200 rana, nel ’66. Ha smesso giovanissima, per amore dell’uomo sopra. Lui ordina questo racconto come il padre distribuirebbe palloni e respira a intervalli regolari come l’acqua ha insegnato alla madre. Questo fa di lui un figlio d’arte. È il suo punto di partenza, ma solo questo. E a noi interessa il numero dopo l’uguale. Si chiama Ivan Zaytsev e se lo andiamo a trovare a Roma, nell’unico giorno libero dagli impegni della Word League, è perché è diventato qualcosa. Se volete sapere cosa, non dovete far altro che andare avanti.Alto, molto alto, 204 centimetri. Biondo, come i geni dell’Est impongono, e giovane, come la carta d’identità (italiana) dichiara. È nato nel 1988 a Spoleto, piccola cittadina del centro Italia. In Umbria. Perché la carriera da giocatore di papà Slava stava finendo e la famiglia lo seguiva negli spostamenti. Agrigento, Città di Castello, Bratislava, Lugano . Ma è figlio della Russia e lì Ivan torna in tempo per iniziare la scuola. A San Pietroburgo, per la precisione. «Ero un bambino russo, a casa si parlava russo e fino alla quarta elementare ho vissuto in quella terra. Da bambino volevo fare il portiere di hockey su ghiaccio, imitando i campioni che vedevo in tv, ma mio padre ha avuto il sopravvento e a sette anni ho iniziato a giocare a pallavolo. I miei primi palleggi li ho fatti nel corridoio di casa, seduto per terra con lui, poi con un amico di papà che allenava una squadra». Un giorno però le valigie si riempiono di nuovo e lui riparte per quella terra che gli ha dato i natali, ma di cui non conosce neanche una parola. «Torniamo a Spoleto, sarei dovuto andare in quinta elementare, ma con il programma di matematica ero molto più avanti e anche se non conoscevo l’italiano, ho saltato gli esami di quinta e sono andato direttamente in prima media». Ivan non è figlio unico. Ha una sorella, Anna, che ha 13 anni più di lui e a quel tempo era già sposata. «Io non ricordo neanche il giorno del matrimonio, credo che avessi quattro anni». Allora compone il numero, vuole essere sicuro e in una frazione di secondo è lì che parla una lingua a noi sconosciuta a una velocità impressionante. Anna vive a Bergamo, se pensate comunicasse con l’altra parte dell’Europa. Aveva quattro anni, sì. Poi la saluta, immaginiamo, e continua il racconto. «In seconda media ci siamo trasferiti a Foligno, papà allenava e io giocavo nell’Under 14. Lì ho finito le medie e tutte le superiori. Ma in qualsiasi squadra mio padre andasse, io lo seguivo. Frequentavo il terzo anno delle scuole superiori quando ho iniziato a giocare nel settore giovanile di Perugia. L’anno successivo, mi ricordo che si infortunò un centrale e De Giorgi mi portò in trasferta con la prima squadra. Andammo a Taranto e durante la partita Fefè si girò di botto indicando dalla mia parte. Il panico. Ovviamente non voleva far entrare me, ma quella scena non la dimenticherò mai. Poi arrivò l’anno della maturità. E fu massacrante. Ero stato promosso in serie A1 e facevo il secondo a Paolo Tofoli. Passavo direttamente dalla serie C alla Champions League. Ma io andavo ancora a scuola e gli allenamenti della mattina non li potevo fare. In compenso mi alzavo alle sei per prendere il treno e arrivare a Foligno. E finite le lezioni, via di corsa in palestra. Dal punto di vista nervoso era terribile. Non rendevo quanto potevo e qualche volta facevo danni. Ma stavo entrando a grandi passi in un mondo stupendo. Avevo ancora 16 anni quando ho esordito in serie A e pochi giorni dopo averne compiuti 17 ho giocato la mia prima partita in Champions League». |
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