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Anteprima dell'intervista a Hristo Zlatanov realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale con gli scatti di Daniela Tarantini su Pallavolo Supervolley di settembre 2007

Nel giugno scorso cercavamo una chiave diversa per raccontare la corsa scudetto maschile. Occhi che guardassero la partita dall’esterno e non dalla linea dei tre metri, cheraccontassero un aspetto della finale scudetto tra Sisley Treviso e Copra Berni Piacenza, che reggessero il classico pezzo di colore. I più adatti c’erano sembrati quelli delle mogli, di quelle donne che vivono il pre-partita lasciando il marito solo e che sugli spalti sarebbero pronte a scendere in campo, di quelle donne che sentono aprire la porta di casa e subito dopo sentono un sibilo, la coda dell’occhio registra una borsa da palestra in volo. Il secco boato dell’atterraggio, l’unica conclusione. Individuammo le nostre donne Chiara Zlatanov e Fenny Cisolla. Semplicemente perfette. Ad intercedere per noi, ovviamente, i mariti, chi ha vinto o perso uno scudetto, chi di solito gestisce interviste e trova normale sentire il suo cellulare squillare ed essere al centro dell’attenzione delle domande dell’interlocutore che sta dall’altra parte. Hristo Zlatanov, protagonista del nostro personaggio di questo mese, risponde sorpreso: “Pallavolo Supervolley? Che piacere, di solito non mi cagate mai”. Quelle parole non sono una doccia
fredda, la doccia è gelata perché a quel punto dovevamo anche dirgli che chi ci interessava non era lui, ma Chiara. La distanza telefonica in quella occasione ha aiutato, il pezzo portato a casa. Quella doccia, però, ci ha spinto ad andare a cercare nei polverosi archivi la parola Zlatanov, presente quasi ogni mese nella vostra posta, ma mai nei nostri articoli. L’ultima lente di ingrandimento posta su di lui era datata giugno 2005. Imperdonabili. La nostra nuova stagione indoor, così, non può non ripartire dallo schiacciatore italo bulgaro che infiammerà con le sue bordate ancora la piazza di Piacenza, dopo aver regalato alla squadra emiliana il cuore nella seconda finale scudetto della storia. Prima di parlare di quella maglia biancorossa, degli obiettivi della nuova stagione, affrontiamo l’unica assenza cromatica che c’è nell’armadio di casa Zlatanov. Il colore latitante è l’azzurro e, quando chiediamo come mai, ci accorgiamo di ricevere una spiegazione che non rivela il corto circuito tra la nazionale e questo schiacciatore. La risposta ufficiale è di quelle che pone fine alle discussioni. Lapidario, Hristo, ci fa sapere che è una scelta tecnica ed in quanto tale inappellabile,indiscutibile. Un giocatore non ha scelta, se non quella di accettarla. Vero. Tutti ci hanno detto che in palestra non esistono moderatori, perché raramente ci sono dibattiti, spesso delle dittature. Tutto ciò suona incompleto, soprattutto ripensando che tra le sue più belle stagioni c’è quella del 2001- 2002, con la maglia dell’Asystel Milano, un’altra finale scudetto raggiunta, con Gian Paolo Montali come allenatore. Hristo, però, non va oltre. Le risate, che spesso si alternano alla grinta agonistica, sono accantonate. Un’onda di malinconia lo sommerge, lasciando un alone di amarezza tra noi. Sa dove sono le radici di queste emozioni e le racconta. «È un dispiacere enorme non essere in nazionale. L’ho sempre detto e continuerò a dirlo. In 10, 1000 interviste. Ho fatto scelte “mortali”, ho sacrificato tutto, tanto per essere in quel gruppo (persino un giorno solo di luna di miele, ndr). E nei collegiali, ho sempre dato tutto per meritare di stare lì, per rimanerci. D’altronde chi non lo farebbe? Rappresentare il tuo paese nelle competizioni internazionali è l’ultimo step per uno sportivo, l’obiettivo più grande è quello di vincere qualcosa, di conquistare l’oro». Le presenze in nazionale di Zlatanov, dopo la vittoria della World League 1999, l’argento europeo del 2001 e la partecipazione al Mondiale 2002 sono ferme a 136 e la sensazione è che, almeno per il momento, il capitolo sia chiuso. Quella maglia, che lui definisce pesante perché impregnata di storia, di vittoria, di cultura pallavolistica e tradizione, resta lontana. Nel cassetto Hristo potrebbe averne un’altra. Quella della Bulgaria, ma a giocare per quei colori che adesso sono tornati a farci paura, non ci ha mai pensato. «I miei genitori sono bulgari, sono stati grandi giocatori di pallavolo ma, anche se sono nato a Sofia, io sono italiano a tutti gli effetti. Se devo inseguire una vittoria con la nazionale, la inseguo con la maglia dell’Italia». L’Italia lui l’ha girata in lungo e largo. Cresciuto a Milano, la pallavolo per lui era il lavoro del padre. Lui aveva scelto l’hockey che nel capoluogo lombardo ha una grandissima tradizione, e poi il basket. Alla pallavolo c’è arrivato grazie a un trasferimento professionale di papà Dimitar. Da Milano passa a Cuneo e strappa Hristo a Milano e al basket che aveva allungato la sua lunga mano su questo nostro talento. Il cambio di città è propizio: a Cuneo il basket non c’è e Hristo si converte. Inizia a dimenticare i tiri liberi, i canestri da due o tre punti. Impara che un’azione vincente vale solo un cambio palla (il rally point system non era ancora arrivato), che di sudore per vincere ce ne vuole di più. Quel che più importa è che finalmente il virus che giaceva sopito in qualche fibra muscolare entra in azione. Ci mette poco a mettersi in luce: la strada è battuta da quel cognome altisonante, il resto lo fa il talento che conferma le aspettative. Da giocatore professionista inizia a girare: Ravenna,Roma, Palermo, Milano e Piacenza. Per quelle squadre attacca, dà il sangue, vive sulla sua pelle la dicotomia volley-metropoli e a tutto prova a dare una spiegazione. La parabola di Milano, ad esempio, è diventata una delusione personale. La sua città in qualche modo lo ha tradito con tre anni di volley ad alto livello e poi fusione e trasferimento a Piacenza.

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