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C'è una regola non scritta in questo mensile che è quella di raccontarvi i vostri personaggi preferiti senza che il giornalista si intrometta, senza che vengano raccontati i rapporti che dopo anni i giornalisti hanno intrecciato con gli atleti. Nelle domande ci si dà del lei, si racconta di pallavolo senza strizzare l’occhietto. Per me era più un meno un dogma che in una serata di ottobre crolla. Miseramente. E tutto perché il personaggio che vi devo raccontare ha segnato la mia adolescenza. Era uno dei fenomeni, mito di milioni di appassionati. Una delle declinazioni della pallavolo. Forse la definizione che gli appassionati e non potevano dare del pallavolista negli anni ’90. Semplicemente Andrea Zorzi. Uno di quelli che ha fatto palpitare i cuori di milioni di tifosi, uno di quelli che riempiva il palasport con il suo gioco. Che calcava il taraflex con la stessa autorità e presenza scenica di un attore di teatro. Era uno spettacolo vederlo gioc are. Non c’erano pallone o partita che sembravano essere banali per lui. Non c’era partita in cui un tifoso seduto sul proprio seggiolino non si aspettasse da Zorro una magia. C’ero anche io tra le persone che lo seguivano azione dopo azione, che trepidavano con lui durante le partite, che urlavano quando lo vedevano urlare. Sarà stato anche per questo che durante i nostri primi incontri, fra decine di persone in situazioni pubbliche come presentazioni del campionato, anche solo dire ciao era un’impresa. Quell’uomo alto, in jeans e camicia, era ancora più irraggiungibile di quanto lo fosse quel mito che schiacciava. Era come una montagna, da guardare con il naso all’insu. Senza parole.Alcuni anni dopo questo giornale mi ha regalato un incontro speciale con Andrea Zorzi. Agli Europei di Roma del 2005, il mio compagno di banco in tribuna stampa era proprio lui. In quei giorni, scrivendo e tifando l’ultima Italia che ha messo cuore e passione nel rettangolo di gioco, ho visto che la montagna non era ferma, sempre alta, ma in realtà si muoveva, aveva piedi per incontrare gli altri, per conoscerli guardandoli negli occhi. La montagna poteva essere scalata. La sua altezza, come già successo in passato, non era più motivo di disagio. Sembra incredibile ma quei centimetri erano motivo di profondo malessere per Andrea Zorzi. Lo allontanavano dagli altri, era lo spilungone dell’ultima fila, quello con il nasone, che studiava ma che non si apriva, che era battuto e sconfitto dalla propria timidezza. Per i professori una cura poteva essere lo sport. Così Andrea in quinta ginnasio sale in sella al proprio motorino ed entra per la prima volta nella palestra di Silvelle. Di sudore ne ha versato davvero poco perché l’allenatore lo ha messo in un angolo a guardare come si giocava a pallavolo. La frustrazione del futuro campione emerge con prepotenza quando Andrea colpisce con tutta la forza che ha in corpo il pallone. La palla diventa proiettile, scheggia impazzita che invece di andare nella giusta direzione fa avanti e indietro dal soffitto. È la prima lezione che Zorzi impara. Nella pallavolo l’equilibrio è tutto. Prestanza fisica e tecnica devono essere miscelate con cura. L’inizio è stato davvero maldestro ma la carriera sarà quella di un vincente. Spiegare chi fosse Andrea Zorzi, ora giornalista tv e di carta stampata, al passo con i tempi tanto che per raccontare la propria avventura agli Europei Veterans ha aperto un blog (http:// generazionedifenomeni.gazzetta.it), uno che macina miglia aeree per essere presente a tutti gli eventi Fivb, non è cosa semplice. Molti dei nostri lettori non lo avranno neanche visto giocare. Hanno conosciuto il mito di Andrea Zorzi, gli hanno anche attribuito credibilità, lo ascoltano e provano affetto e riconoscenza ma non hanno un loro ricordo delle schiacciate di questo spilungone. «Credo che gli ultimi che possano avere un ricordo di me come giocatore siano quelli nati nel 1990. Il 1998, l’ultima stagione a Macerata, ho schiacciato l’ultimo pallone. Poi ho fatto altro, tornando a giocare solo in occasione di alcune partite speciali come quella in Israele per la pace e gli Europei del settembre scorso. Tra questi c’è anche mio figlio Numa. È molto difficile dire chi era Zorzi, ma se dovessi trovare le parole per descriverlo semplificherei. Andrea Zorzi era un ragazzo alto, con il nasone ed i capelli lunghi che si agitava, che si divertiva moltissimo a giocare a pallavolo, che poteva avere dei gesti apparentemente aggressivi ma che venivano letti dal pubblico come espressione di grinta, di determinazione. E questa è una cosa di cui sono molto contento. Io ed i miei compagni di allora ci siamo mostrati senza equivoci, facendo vedere la nostra natura più profonda, più sincera.Proprio grazie a questo siamo diventati la Generazione dei Fenomeni e grazie ovviamente alle vittorie. Il tutto ci ha elevato, senza presunzione, a uomini leggenda di questo sport e questo è motivo di un profondo e sincero piacere». |